4mar/1041

Musica, Mp3 e libera circolazione del bene culturale multimediale: un Manifesto.

L’industria musicale è, ormai da tempo, ben oltre le soglie del baratro. E’ afflitta, prima ancora che dal problema dei download dalla Rete, da una perdita di stimoli, credibilità e presa sul grande pubblico, che negli anni si è frammentato drammaticamente in quanto ad ascolti ed è diventato dunque meno controllabile da un punto di vista di mercato. Come può un gigante cadente del genere sopravvivere all’epoca dei mutamenti repentini e spietati, all’epoca dell’evoluzione o estinzione? Dopo il warp, l’idea di JAVS…

Innanzitutto, facciamo una doverosa distinzione: l’industria della musica non è “la musica”. Sono due cose distinte e separate. La musica non morirà mai: è una delle esigenze primordiali degli esseri umani, una delle prime forme d’arte conosciute, uno strumento di comunicazione e condivisione. Nonostante ciò, il sorgere e poi il successivo tracollo dell’industria della musica, del cosiddetto “music biz” (ossia di chi la musica la stampa, impacchetta, promuove e vende… fa tutto, dunque, meno che crearla), ha portato nell’ultimo cinquantennio ad una trasformazione radicale anche della concezione stessa di musica, che ora ci è consegnata come un qualcosa di, in un certo modo, industriale.

Dicevamo, dunque, che è proprio quest’industria ad essere in crisi. Da cosa nasce la crisi? Da molte cose, e il problema del download è solo l’ultimo e più dirompente. La crisi dell’industria musicale nasce, ad esempio, anche da una frammentazione totale dei generi e sotto-generi, da un pubblico che, nell’era di Internet, ha una capacità di scelta e di formazione del suo gusto personale che è 100 volte più definita e dettagliata rispetto a quella che c’era negli anni ‘60 e ‘70. Lo strapotere delle radio, capaci di trasformare più o meno ogni pezzo in un successo, martellandoci per 100 volte al giorno e facendocelo metabolizzare a forza, è in un certo qual modo finito, inchinandosi all’arcipelago di realtà di scelta diretta che è rappresentato da MySpace (straordinario portale di auto-promozione per band grandi e piccole di tutto il mondo), ma anche al semplice passaparola, al “passaMp3″, che ormai consente a tutti di ascoltare tutto e di differenziarsi, affinarsi. Andare oltre ciò che il “music biz” ci propina quotidianamente, guidato solo e soltanto dai suoi intenti commerciali.

Il risultato è che, se negli anni ‘60, ‘70, ‘80 e per certi versi ancora ‘90 è sopravvissuto il mito delle band “leggenda”, quelle che vendevano milioni di dischi ad ogni nuova uscita, accaparrandosi dischi d’oro e di platino per tutto il corso di una carriera a volte addirittura ventennale (Beatles, Queen, Michael Jackson…), adesso la situazione è radicalmente cambiata. Il gusto muta camaleonticamente, “artisti” (tra virgolette, perché più spesso si parla semplicemente di “artigiani”) della musica esplodono e implodono freneticamente, vendere 4 milioni del primo album non significa garantirsi il diritto di non scomparire completamente al secondo, o al terzo, album.

Questo ingenera ovviamente un senso di instabilità costante, e rende il mercato una sorta di lastra di ghiaccio sottilissima, su cui le major camminano con grande attenzione. Perché ricordiamoci una cosa: produrre un album musicale ormai costa pochissimo (con un buon PC, software adeguati e ottime capacità si può auto-produrre in casa un disco di livello professionale), ma “spingerlo” all’interno del mercato costa sempre di più: radio, televisioni, video musicali girati da registi di Hollywood, party, presentazioni, interviste, beneficienza… è questo il vero costo della musica. Non il disco in sé per sé.

Ovviamente, su questo enorme costo va poi a incidere, letale come uno stiletto, la realtà dei download da Internet. Gettiamo la maschera: l’Mp3 è ormai un qualcosa di circolazione troppo semplice, immediata, per essere arginato. Tutti noi ne abbiamo a tonnellate. Il fenomeno non può essere arrestato, nemmeno con l’entrata in gioco dei governi e dell’Europa, che con la famigerata “Dottrina Sarkozy” (tre avvisi a chi scarica software “illegale” e poi disconnessione dell’IP dalla Rete, con ban permanente) ci ha provato, incontrando solo tanti problemi e sfracellandosi contro una realtà, quella di Internet, che non è dominabile a piacimento di nessuno, perché è semplicemente troppo più grande di tutti, di qualsiasi ente governativo o realtà economica. Se all’istante scomparissero da internet gli IP di tutti coloro che hanno scaricato per 3 volte un software illegale, succederebbe quello che accadrebbe nel nostro Parlamento se venissero cacciati tutti i corrotti, concussi, collusi, compromessi eccetera: si ritroverebbero in due a guardarsi in faccia e a giocare a scopetta.

Il fatto che per accaparrarsi un disco d’oro in Italia fossero necessari negli anni ‘70 500 mila dischi venduti e oggi 35 mila (meno di un decimo!) parla chiarissimo, e ci dice due cose. La prima è che i numeri dell’industria si sono ridotti di un margine che è devastante, per qualsiasi tipo di attività economica. La seconda è che il music business, per sua stessa natura e sopravvivenza, deve dimostrarsi sempre vincente, appassionante, ricco di emozioni e di successi, a costo di mentire spudoratamente. Dunque, se si abbassano le vendite, si abbassa anche il margine di ciò che è considerato “successo”. Così si continuano ad assegnare dischi d’oro, con grandi sorrisi e strette di mano, ad album che hanno venduto poco, pochissimo. Aprite una qualsiasi Top 10 settimanale: i 10 dischi che risiedono in quell’altisonante classifica saranno per forza un “successo”, vero? E se invece vi dicessi che molti di quelli, specialmente nell’ambito dei singoli, hanno a volte venduto poche centinaia di copie? Il quadro, inesorabilmente, cambierebbe. E ci direbbe che, nonostante i sorrisoni e i capelli di parrucchiere, quest’industria ha l’acqua alla gola, e un blocco di cemento legato ai piedi.

Continua (per chi ha il fegato) a pagina 2…

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